Via Quattro Martiri e Sinagoga

Una via, due millenni

Ascolta l'audio racconto

Parte dell’antico Cardo Massimo di Eporedia, dunque uno dei due assi principali della città romana, Via Quattro Martiri è una delle più belle e caratteristiche vie della città vecchia, ricca di negozi e botteghe e disegnata da edifici secolari più volte modificati nel tempo. La sua storia si intreccia a quella della comunità ebraica, che a Ivrea ha radici profonde. Le prime notizie risalgono infatti al Quattrocento, ma è nel corso del Seicento che la comunità s’ingrandisce e viene trasferita sotto le mura del Castello. Proprio qui, nel 1725, i Savoia decidono di istituire ufficialmente il quartiere ebraico.

Fino all’epoca della dominazione napoleonica la via è dunque nota come Contrada degli Ebrei, per divenire poi Rue Napoléon e, dopo i moti del 1821, Via Palma: nome con il quale, ancora oggi, amano chiamarla gli Eporediesi.

Moderna
La nascita di Camillo Olivetti

Proprio in una di queste vecchie case, posta all’inizio della via, il 16 agosto del 1868 nasce, in una famiglia ebrea, Camillo Olivetti. Di questa famiglia, della mamma di Camillo in particolare e del suo negozio di stoffe che si affaccia sulla via, dà una meravigliosa descrizione Salvator Gotta. Il romanziere montaltese, nelle prime pagine del suo romanzo Il progresso si diverte, ci immerge sapientemente in quell’atmosfera così importante anche per la successiva storia di Ivrea:

“La porta a vetri del negozio di stoffe, aprendosi, faceva tintinnare un campanello. Ma la signora Olivetti era già lì, dietro un lungo banco che teneva due lati della bottega, ad angolo retto. Era una donnetta d’età indefinibile, grigia di capelli, piccolissima di statura. Tutti sapevano, in città, e perciò nessuno si stupiva, che spesso, nelle ore di pomeriggio, la signora Olivetti fumasse un sigaro toscano. Dal viso avvizzito, atteggiato a un sorriso di benevolenza quasi continuo, emanava una bontà istintiva, una gentilezza forse non estranee a un atavico timore. Tutti gli Olivetti, la signora, suo marito, il fratello del marito, i figli erano d’una bontà proverbiale, che dimostravano con chicchessia, sempre pronti a far del bene. Erano ricchi ma facevano vita ritiratissima.”

Moderna
Il sacrificio di quattro martiri

Infine, altre due informazioni importanti. La prima: il nome attuale della via si deve al sacrificio di quattro giovani partigiani delle Divisioni Garibaldi, tutti tra i 18 e i 20 anni, trucidati nel Biellese dai nazifascisti: i “quattro martiri” a cui è intitolato questo angolo di Ivrea sono Salvatore Solinas e Remo De Luca, entrambi eporediesi, Enrico Maucci, di Forno Canavese, e Alfonso Guarneri, nativo di Enna.

La seconda: lungo la via si trovano tre “pietre d’inciampo”, qui depositate nel 2018 in memoria di Perla Faluomi Foa (anche Mugnaia dello Storico Carnevale d’Ivrea nel 1892) e dei suoi due fratelli Giuseppe e Davide. Tutti e tre furono qui arrestati nel 1944, incarcerati a Torino e a Fossoli, nel modenese, per poi essere deportati e uccisi ad Auschwitz poco tempo dopo.

 

Moderna
La Sinagoga

Con la libertà di culto, concessa da Carlo Alberto nel 1848, la comunità ebraica di Ivrea, composta da circa 160 persone, si lancia nel progetto di una sinagoga, scegliendo di riadattare uno stabile della via. Il Tempio viene inaugurato il 24 settembre 1875: sulle ali dell’entusiasmo, però, ci si accorge subito di aver dato vita a una sinagoga sovradimensionata rispetto alle reali necessità; per questo, nello stesso complesso viene allestito anche un piccolo oratorio invernale.

Dall’esterno la Sinagoga si mimetizza alla perfezione tra le case e le botteghe del quartiere. Il modesto portone d’ingresso, ornato da una semplice cornice in pietra, si apre tuttavia su un luogo di preghiera molto suggestivo e ricco di memoria. Il Tempio Grande, coperto da un’alta volta a botte e scandito da colonne e lesene in stile neoclassico, presenta banchi disposti su due file parallele, decorazioni a marmo finto e conserva gli originari arredi ottocenteschi. Tra questi spiccano, nella parete di fronte all’ingresso, la tevà in legno di noce (la tribuna da cui si leggono le Scritture e si recitano le preghiere) e l’aròn (armadio sacro che custodisce i Rotoli della Torah).

Un altro imponente e pregevole aròn ottocentesco, in legno scolpito e dorato, si trova nel Tempio Piccolo. Un particolare suggestivo: è stato abbrunato in segno di lutto dopo la morte di Carlo Alberto, il sovrano che aveva disposto la libertà di culto nel Regno di Sardegna.

Mentre il Tempio Piccolo, restaurato negli anni Ottanta, è ancora oggi a disposizione della comunità ebraica, il Tempio Grande è stato ceduto al Comune di Ivrea e in seguito ristrutturato per diventare sede di convegni, mostre, concerti e appuntamenti culturali.