Via Arduino

Arduino, l'uomo

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Bisogna scomodare un capolavoro, l’ottocentesco Dizionario dei sinonimi e dei contrari del Tommaseo, per trovare la parola giusta da associare a Via Arduino. La parola è: “ebbrezza”. Quella che prova, insomma, chiunque sia in grado di cogliere atmosfere particolari e anche contrastate. Il Tommaseo, infatti, dice:

“Ai dì nostri, nell’uso comune, ebbrezza ha senso solamente traslato. Ebbrezza del piacere, dell’amore, l’ebbrezza terribile del misfatto, della passione prepotente.” 

Il segreto della via sta proprio in questo gioco di chiari e di scuri. Non può essere diverso considerando il nome che porta: quello di Arduino, il Marchese d’Ivrea che ha lasciato un’impronta anche controversa nella storia italiana, più di mille anni fa. Per chi vuole scoprire Ivrea, Arduino ha certamente la sua importanza. Si potrebbe dare di lui una definizione lapidaria: fu re d’Italia. Anche se per “Italia” s’intendeva allora, grosso modo, tutto il nord Italia e la Toscana; e anche se la storiografia romantica l’ha esaltato fin oltre le sue reali proporzioni, ravvisando in lui, tra le pieghe del Medioevo, quasi un lontanissimo vagito risorgimentale. 

A ogni modo, bisogna tornare a cavallo tra due millenni, quando Arduino guidò la ribellione dei feudatari laici contro il crescente potere dei vescovi-conti, sostenuti in quel tempo dagli imperatori sassoni Ottone I, II e III. Un conflitto più ampio riverberato anche qui, nella rivalità tra Arduino, appunto, e il vescovo Varmondo, deciso a rafforzare il potere ecclesiastico su Ivrea e sul Canavese. Arduino era uomo d’azione e con pochissimi scrupoli. S’era anche spinto fino a Vercelli, che faceva parte della sua Marca, dove aveva incendiato la chiesa e causato la morte del vescovo Pietro. E quindi aveva presa sugli altri feudatari al punto di farsi nominare, alla morte di Ottone III, re d’Italia dalla Dieta di Pavia nel 1002. Un vero affronto all’autorità imperiale, che fa di quel passaggio della storia un groviglio quasi inestricabile di incoronazioni, scomuniche, cacciate, proscrizioni, ritorni. Alla discesa in Italia dell’imperatore Enrico II, Arduino, pur perdendo lo scettro, resistette eroicamente all’assedio nella rocca di Sparone diventando, di fatto, simbolo dell’opposizione al dominio tedesco. Riprese il potere al ritorno in Germania dell’imperatore e lo tenne per altri dieci anni, per quanto il suo dominio fu tutto, tranne che sereno e compatto. Nel 1014 Enrico II ridiscese in Italia: sconfitto e malato, Arduino si fece monaco e si ritirò nell’abbazia di Fruttuaria, per morirvi l’anno dopo.

Medievale
Arduino, la via

Ma la storia di Via Arduino è anche molte altre cose oltre al nome che porta. Tanto per cominciare, per chi la imbocca da “Piazza di Città”, si sviluppa in salita. E non si tratta di una salita qualunque: Via Arduino è parte del Decumano Massimo più anomalo tra le città romane, che sorgevano sempre su luoghi meno irregolari. Ma per i Romani la possibilità di dominare il fiume e l’imbocco della valle con una colonia arroccata era troppo allettante.

Tutto è eccezionale in questa strada. Dove si incontrano subito: una chiesa medievale che leggenda vuole nata da un miracolo, sulla destra; un’altra chiesa, frutto dell’amore degli Eporediesi per una confraternita distintasi nella peste seicentesca, sulla sinistra. Pochi metri e di nuovo sulla destra s’inerpica via Quattro Martiri, parte del Cardo Massimo in epoca romana, dove nacque Camillo Olivetti; e dopo appena due passi, all’altezza dell’attuale numero civico 30, dove oggi c’è una gioielleria, c’era un tempo la bottega dei calzolai Capellaro. Perché è così importante? Perché proprio il figlio dei Capellaro, Natale, nonostante la sua sesta elementare avrebbe fatto grande la Olivetti con le sue geniali macchine da calcolo, vendute in tutto il mondo. Insomma, questo incrocio con cuore romano e carisma medievale, che a cavallo tra Otto e Novecento rappresentava il cuore popolare e artigiano della città, ha covato il genio di uomini che hanno scritto una delle più belle pagine del Novecento industriale internazionale.

Medievale
Arduino, l'invenzione

E non è tutto. Sempre salendo lungo la via, si trova il caratteristico Caffè Arduino, oggi sede di una fornitissima libreria antiquaria. Proprio questo bar ha giocato un seppur piccolo ruolo nella genesi di un capolavoro tecnologico, la celebre piattaforma open source “Arduino”. Creata nel 2005 presso l’Interaction Design Institute, che allora aveva sede a Ivrea, oggi è utilizzata in tutto il mondo. E Massimo Banzi, uno dei cinque inventori, ha raccontato:

”La nostra creatura si chiama così perché quando l’abbiamo inventata eravamo a Ivrea. Avevamo cinque minuti prima di spedire il circuito in produzione e non avevamo ancora un nome. A un certo punto io ho proposto di chiamarlo come il bar dove prendevamo sempre l’aperitivo…”

C’è poco da fare, la via è letteraria. E se la parola “ebbrezza” le sta così bene, altrettanto bene le calza una frase di Italo Calvino:

“La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano.”