Borghetto e Ponte Vecchio

un borgo fiero

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La città per secoli e secoli è stata arroccata dietro grandiose mura, sulla parte alta, ad eccezione di pochi insediamenti: su tutti, quello del Borghetto, con le sue case, le sue botteghe, le sue porte e, ovviamente, la sua chiesa. Dove secoli fa finiva Ivrea, insomma, iniziava questo piccolo mondo fieramente autonomo, che non era annesso ai cosiddetti “terzieri” (ossia le tre parti della città che si dividevano il potere politico e amministrativo) ed anzi era con loro spesso e volentieri in conflitto.

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Il ponte

Arroccato sulla sponda destra della Dora, il Borghetto era, ed è, introdotto dal Ponte Vecchio, anticamente detto anche Ponte Canavese. Il Ponte Vecchio è uno dei simboli della città e ha una storia tormentata: costruito in epoca romana – delle sue origini sono però rimasti pochi segni, alla base dei pilastri principali – è stato per secoli l’unica via d’accesso al Canavese meridionale e occidentale. Gravemente danneggiato dalle piene del fiume, è ricostruito in legno e così si è mantenuto fino circa al 1600. Rifatto in pietra, è però durato appena fino al 1704, quando, durante l’assedio francese, è stato fatto saltare. Nel 1716 è stato ricostruito con una copertura e due torri di guardia. Ha quindi preso l’aspetto attuale nel 1830, quando è stato adeguato all’aumento del traffico di cavalli e carrozze.

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I "mulini natanti"

Una curiosità: poco a monte del Ponte Vecchio, per almeno cinque secoli il letto del fiume ha ospitato dei mulini natanti, appoggiati su barche legate a riva con funi molto spesse che li tenevano in posizione. Questi mulini erano di proprietà delle più ricche famiglie eporediesi che li affittavano ai mugnai, i quali pare potessero tenere per sé appena un sedicesimo della farina macinata (oltre a dover ripetere ogni anno un pubblico giuramento di onestà). Com’erano fatti questi particolari mulini? Da due scafi paralleli, sui quali poggiava una sorta di capanna sufficientemente capiente da contenere la macina, un piccolo magazzino e un riparo per il mugnaio. La forza della corrente muoveva le pale che a loro volta azionavano le macine. I mulini erano posizionati in modo da non ostacolare il passaggio dei tronchi provenienti dalla Valle d’Aosta: all’epoca, infatti, il trasporto del legname avveniva per via fluviale. Nominati per la prima volta in un documento di inizio Trecento, erano presenti da ben prima e durarono almeno fino alla metà dell’Ottocento.

Non sono informazioni di poco conto: l’importanza dei mugnai nella vita quotidiana medievale di Ivrea, infatti, è testimoniata da alcune leggi: per esempio, con il buio era tassativamente vietato a tutti di circolare in città senza portare con sé una lanterna, fatta eccezione per funzionari, guardiani, medici, fornai e… mugnai. La stessa eroina dello Storico Carnevale è, non a caso, la Mugnaia.

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Tra sacro e profano

Ancora, nel cuore del Borghetto c’è la chiesa dedicata a San Grato, secondo Vescovo di Aosta. Unico edificio religioso di Ivrea con pianta a croce latina e cupola centrale, presenta una pregevole facciata neoclassica e conserva al suo interno notevoli dipinti, recentemente restaurati e restituiti alla comunità grazie alla generosità dei parrocchiani.

Infine, l’antica e fiera autonomia del Borghetto sopravvive anche, anno dopo anno, nella Battaglia delle Arance di Carnevale: è infatti l’unica piazza di tiro sulla riva destra del fiume, ed è anche l’unica in cui si batte una sola squadra, quella dei Tuchini.