In un’intervista rilasciata nel suo ultimo anno di vita, Adriano Olivetti dichiara che “l’architettura è la forma che prendono le idee”. Osservando questi edifici, allora, si può risalire alla visione del mondo che li ha originati: un mondo in cui profitto e solidarietà fanno l’uno la fortuna dell’altra; un mondo in cui la fabbrica è un mezzo, è uno strumento di riforma della comunità e non il fine ultimo. Non ci sono parole più chiare di quelle di Cornelia Lombardo, saluzzese classe 1925, assistente sociale in Olivetti dal 1950 e direttrice dei Servizi per l’infanzia e per l’adolescenza dal 1962 al 1981:
“Occorre ricordare che tutti i servizi sociali dipendevano direttamente dalla Presidenza, ma con il controllo costante del Consiglio di gestione. Questo organismo, da statuto, prevedeva il coinvolgimento diretto dei lavoratori e aveva il compito di renderli partecipi sia all’indirizzo generale dell’azienda, sia al miglioramento delle loro stesse condizioni intellettuali e materiali. In tal modo l’insieme dei servizi sociali non assumeva il carattere di un beneficio, ma di un diritto.”
Ovviamente, alla progettazione dei nuovi edifici che dovranno ospitare questi servizi sociali viene data molta importanza. Nel 1955, un concorso a inviti premia il progetto degli architetti Luigi Figini e Gino Pollini: il risultato sarà appunto la Fascia dei Servizi Sociali, un’opera completata nel 1959 e ancora oggi sorprendente.

Rispetto alle antistanti Officine ICO, progettate dagli stessi architetti negli anni Trenta e Quaranta, la nuova costruzione è meno “razionalista”. Il trionfo dell’angolo retto lascia spazio alle basi esagonali dei corpi scala, dei pilastri, dei lucernai. Blocchi diversi e articolati su tre piani aperti e sfalsati, sporgenze e rientranze, grandi superfici vetrate, ampie terrazze con fioriere, camminamenti su più livelli danno vita a un complesso dinamico, movimentato. Notevole anche la presenza del colore: sui terrazzi si apprezzano, infatti, oltre alla vegetazione, i rivestimenti in piastrelle di maiolica gialla e blu. Il complesso è percorribile da tutti i cittadini, sia al piano terra sia ai piani superiori, con rampe di scale aperte e suggestivi, aerei passaggi camminabili.
Dei quattro blocchi previsti dal progetto iniziale, vengono realizzati solo i due centrali. Il primo blocco ospita la biblioteca – con emeroteca, sala lettura e archivi – e il centro culturale; il secondo è invece dedicato all’Infermeria, vero e proprio fiore all’occhiello dell’azienda, con tanto di Pronto Soccorso, Medicina Generale, Ostetricia e Ginecologia, Odontoiatria, Oculistica, Elettrocardiografia, Fisioterapia, Aerosolterapia, Radiologia e camere per i degenti. Nel complesso trovano spazio anche i servizi delle colonie e quelli del Fondo di solidarietà interna.
Al piano terra un grande portico, sorretto da pilastri esagonali di granito bianco, è disseminato da “tagli” nella copertura che aprono lo spazio verso il cielo, pozzi di luce attraversati dalle piante: un insieme di trovate che non fanno perdere funzionalità al complesso, ma gli conferiscono l’aspetto di un tempio alla persona di cui prendersi cura. Non a caso, all’ingresso, compare una frase tratta da uno scritto di Olivetti del 1958:
“Questa nuova serie di edifici posta di fronte alla fabbrica sta a testimoniare con la diligente efficienza dei suoi molteplici strumenti di azione culturale e sociale che l’uomo che vive la lunga giornata nell’officina non sigilla la sua umanità nella tuta di lavoro.”