Chiesa di San Bernardino

Il capolavoro di Giovanni Martino Spanzotti

Ascolta l'audio racconto

Tra il 1455 e il 1457, sulla collina di Monte Navale, vengono edificati la chiesa di San Bernardino e il convento destinato all’ordine francescano dei frati minori osservanti, in segno di devozione alla figura di San Bernardino da Siena, di passaggio a Ivrea nel 1418. 

Ciò che rende la chiesa di estrema importanza è l’affresco che essa custodisce, opera dell’artista casalese Giovanni Martino Spanzotti: si tratta del ciclo pittorico Vita e Passione di Cristo, realizzato sul tramezzo della chiesa tra il 1485 e il 1490 e che rappresenta una delle più importanti testimonianze rinascimentali del Piemonte. La vita di Cristo è raccontata in 20 scene, tutte organizzate attorno al grande riquadro della Crocifissione. 

Perché l’opera è così importante? Lo spiega meglio di ogni altro Giovanni Testori, nel suo saggio Giovanni Martino Spanzotti. Gli affreschi di Ivrea, pubblicato dal Centro culturale Olivetti nel 1958. Per Testori l’umanità è la caratteristica principale dell’opera, l’elemento di discontinuità con l’arte precedente. A popolare ogni scena, infatti, sono volti e figure di persone semplici: una visione aderente alle esigenze dell’etica francescana.

Da grande scrittore qual è, Testori usa immagini letterarie. Ecco il pittore alle prese con il suo immane lavoro, osservare ogni cosa febbrilmente prima di mettersi a disegnare, eccolo uscire di casa per andare a vedere come diventa notte nei boschi, eccolo carezzare le bestie come per impararne le forme. Ed eccolo, infine, cercare ispirazione nei volti e nei corpi delle persone incontrate per strada:   

“Si guardi la Crocifissione, l’estrema concessione che il valligiano Martino poteva concedere alle poetiche del Rinascimento. Sono memorie di viaggio, niente più, perché la sua fu una poesia di riserbo piemontese, poesia di popolo: membra di contadini, gambe che hanno seguito gli asini su per le mulattiere, braccia che hanno vangato, schiene piegate dalle gerle e dalle pietre. Ma a Ivrea il vecchio padre di Martino ebbe occhi soprattutto per il miracolo di Martino: quell’aria violetta, quell’aria di neve, quell’aria che anche nelle scene notturne sa scaldarsi nella carità di ogni cosa, anche la più umile, e la più modesta…”. 

 

La virtù liberatrice della cultura
Il Convento nel mondo Olivetti

Per quanto riguarda, invece, la chiesa e l’annesso convento, la loro storia è controversa e spesso drammatica: tra Sei e Settecento sono teatro di ripetute occupazioni militari, fino alla conquista napoleonica e all’abolizione delle proprietà ecclesiastiche, nel 1805. Da allora, quello che è sempre stato un luogo di culto viene utilizzato da privati come deposito agricolo, per il ricovero del fieno e degli attrezzi. Chiesa e convento conoscono quindi un progressivo declino.

Fino a quando, nel 1907, Camillo Olivetti li acquista per adattarli a propria abitazione familiare, anche per la sua vicinanza con la fabbrica. Il convento, dunque, è la casa dove il figlio Adriano e i suoi fratelli trascorrono la loro infanzia. Dal 1955 proprio Adriano avvia la riqualificazione della chiesa e il restauro dell’affresco, sotto la direzione della Soprintendenza ai Beni Storici e Artistici del Piemonte. Mentre il convento diventa in seguito sede del Gruppo Sportivo Ricreativo Olivetti.