Oggi appare inimmaginabile che nel I secolo d.C. l’antica Eporedia vantasse uno dei tre porti fluviali più importanti d’Europa. E appare altrettanto difficile immaginare che, già allora, la sponda opposta della Dora, così distante, potesse essere raggiunta a piedi, o a cavallo, o su un carro, da chiunque. Invece è esistito un ponte che lo ha reso facile per molto tempo: è il Ponte Maggiore, o Pons Maior, che misurava addirittura 150 metri e cominciava qui, mezzo chilometro a valle del Ponte Vecchio. Un capolavoro ingegneristico e architettonico che dimostra, se ce ne fosse bisogno, la potenza economica e politica di Eporedia.
Occorre fare una premessa: nonostante le reti stradali efficienti dell’epoca romana, il trasporto delle merci su carro era un’avventura lenta e costosa. È stato calcolato che il prezzo del frumento potesse addirittura raddoppiare ogni circa 400 chilometri. Il trasporto su acqua si rendeva dunque conveniente, al punto di spingere i mercanti a utilizzare anche i corsi dei fiumi, persino controcorrente.
Il porto fluviale di Eporedia era per questo necessario e imponente. Sulla sponda cittadina era presente una banchina d’attracco lunga circa 150 metri, in pietra rivestita di conglomerato, che poggiava su 3 file di pali in legno conficcati nel letto del fiume. Accoglieva ogni giorno le molte imbarcazioni che, dopo aver risalito il Po ed essersi immesse nella Dora, approdavano in città e scaricavano grandi carichi di derrate, spezie, marmi e manufatti: merci pronte per essere smistate verso i valichi del nord, su strada.
Altrettanto imponente, e decisamente più spettacolare, era il Ponte Maggiore. Era composto da 10 arcate: le 4 centrali di maggior ampiezza, circa 17 metri, e le altre, laterali, di circa 9 metri. Queste arcate poggiavano su grandi piloni, ognuno dei quali era sostenuto da un centinaio di pali di legno, con punta metallica, che penetravano di circa 4 metri nel letto sabbioso. La carreggiata era protetta da parapetti in pietra lavorati finemente. Sul Pons Maior – allineato al cardo maximus della città – correva una strada lastricata larga quasi sei metri, affiancata da due marciapiedi laterali, che si immetteva in quella che da Eporedia portava ad Augusta Taurinorum, l’attuale Torino.
Il Ponte Maggiore fu vinto dalla violenza dell’acqua probabilmente verso la fine dell’impero, tra il V e il VI secolo, un’epoca di grandi alluvioni, quando l’indebolimento del fondo sabbioso portò l’opera a sedersi su se stessa. E a riposare, da allora, sul letto della Dora. Ancora oggi, sull’isolotto che emerge vicino all’altra sponda, i suoi blocchi di cementa lavorata e i suoi marmi ornamentali sono ancora ben visibili.
Eppure, per molto tempo, non ne abbiamo saputo nulla. Ed è stata proprio l’acqua, manco a dirlo, a fare emergere questa storia antica: prima l’alluvione del 1977, poi quella del 1993, hanno portato i resti di porto e ponte alla luce del sole. Permettendo agli archeologi e agli storici di studiarli e riportarli in vita, per lo meno nei nostri racconti, circa 1.500 anni dopo la loro scomparsa.