Ivrea è una città di fiume: la stringe tra due rive e, a sua volta, è compresa in un anfiteatro morenico in cui l’acqua è grande protagonista. Insomma, Ivrea deve alla Dora Baltea molte cose: la sua stessa fondazione, una parte significativa della sua vitalità economica nel corso dei secoli e, infine, molti dei complimenti che riceve ogni giorno per la sua bellezza.
Del resto, si tratta di un fiume notevole, uno dei più importanti dell’Italia nord-occidentale, che attraversa la Valle d’Aosta e una parte del Piemonte – passando, appunto, per Ivrea e Chivasso – per confluire nel Po dopo circa 160 chilometri, in pianura, nei pressi di Crescentino.
Nata dalle acque glaciali che si originano ai piedi dei massicci del Monte Bianco, del Monte Rosa e del Gran Paradiso, la Dora Baltea compie a Ivrea uno dei suoi tratti più suggestivi, giocando da sempre un ruolo centrale nel definirne l’identità. Attraversa il tessuto urbano creando scorci suggestivi, riflettendo ponti, edifici storici e aree verdi che ne seguono il corso. A tratti placida e a tratti impetuosa, ha favorito nei secoli lo sviluppo delle attività produttive, contribuendo alla crescita della comunità locale: in un corpo a corpo con l’acqua, Ivrea ha dato vita a innumerevoli infrastrutture, come il porto fluviale e il Pons Maior in epoca romana, come i mulini natanti e il Naviglio in epoca medievale, solo per citarne alcune.
Tuttavia, per gli abitanti di Ivrea la Dora non è solo un elemento naturale, storico, economico: è anche uno straordinario fattore identitario, un “generatore” quotidiano di appartenenza. Forse nessuno lo ha detto meglio di Francesco Carandini, in una pagina di La vigna del Cristo, un suo racconto contenuto nella raccolta Parella, del 1919. Qui l’autore sembra addirittura tracciare i contorni psicologici di questo intenso rapporto tra Ivrea e l’acqua:
“Tutto ascoltavo dalla mia finestra spalancata, solitario e senza che alcuno lo sapesse, perché avrei dovuto essere a letto, ma chi poteva resistere con quella luna? E stavo seduto sul davanzale, nascosto dalle lucide foglie della magnolia. Ero come incantato e avevo la sensazione che la Dora portasse via col suo lieve mormorare una parte di me, di noi tutti che viviamo quieti in quel divino cantuccio, che se la portasse lontano, verso un certo grigiore che non volevo conoscere perché il mio cuore e tutto l’essere mio erano, fin d’allora, pervasi da un immenso amore a quei luoghi, e mi sentivo legato a quei monti, a quelle acque, a quei boschi come se fossi un tutto solo con loro, ed intuivo lo strazio crudele del giorno in cui avessi dovuto lasciarli.”
Un’ultima notazione: il racconto è anche presente nella raccolta Memorie canavesane, pubblicata più di recente, nel 1963, dalla Libreria Gravinese. Sempre di Francesco Carandini è il monumentale Vecchia Ivrea, il meraviglioso volume pubblicato dall’editore Viassone nel 1914: un libro imprescindibile per qualunque eporediese appassionato della storia della sua città.