Ci sono uomini che hanno un rapporto privilegiato con l’orizzonte. Come se non riuscissero a fermare lo sguardo su quello che hanno di fronte, come se avessero un bisogno innato di guardare oltre, nello spazio e nel tempo. Adriano Olivetti è uno di questi, anche per come interpreta il suo ruolo di industriale:
“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi, semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente, una vocazione, una destinazione anche nella vita di una fabbrica?”
Adriano nasce a Ivrea l’11 aprile 1901 da padre ebreo, Camillo Olivetti, e madre valdese, Luisa Revel. Cresce in un ambiente laico, in cui grande spazio hanno i libri, la natura e i giochi all’aria aperta. Forse per questo, la sua prima esperienza in fabbrica, a quattordici anni, gli risulta quasi traumatica.
Studia Ingegneria chimica al Politecnico di Torino, in anni in cui gli operai occupano le fabbriche con intenti rivoluzionari. Scrive su riviste socialiste come L’Azione Riformista e Tempi Nuovi, frequenta pensatori tra cui Piero Gobetti.
Ma arriva il fascismo: nel 1926, con Sandro Pertini, Ferruccio Parri e Carlo Rosselli partecipa alla fuga in Francia del Segretario del Partito Socialista Filippo Turati, ricercato dalla polizia politica.
Entra in azienda. Visita 105 fabbriche americane per comprendere le tecniche moderne della produzione in serie e portarle a Ivrea. Dal padre riceve il via libera e un monito:
“Tu puoi fare qualunque, cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia.”
Adriano è Direttore generale nel 1932 e Presidente nel 1938: con lui la Olivetti cresce nel mercato nazionale e internazionale.
Accusato di “intelligenza con il nemico”, nel 1943 viene incarcerato a Roma, ma riesce a fuggire e ripara in Svizzera. Qui scrive L’ordine politico delle Comunità, in cui propone un modello di società fondato su comunità concrete, “prodotto della natura e della storia”, federate e aperte.
Nel 1946 riprende la direzione della fabbrica. La porta, in un tempo relativamente breve, a diventare leader internazionale nel campo della scrittura e del calcolo meccanici.
Nascono il Movimento Comunità, la rivista Comunità e le Edizioni di Comunità, strumenti politici e culturali per la modernizzazione del Paese. Ivrea è ormai un laboratorio sociale per la costruzione di una comunità di tipo nuovo, una sorta di terza via “alternativa al capitalismo e al socialismo”. Scrive Geno Pampaloni:
“Adriano Olivetti opera al di fuori degli schemi della cultura ufficiale. Unisce da un lato il filone cristiano-sociale, dall’altro quello utopistico-anarchico.”
Muore improvvisamente il 27 febbraio 1960 su un treno diretto in Svizzera.
Nel 1962 nasce la Fondazione Adriano Olivetti per tramandare il suo pensiero.