Il senso del camminare

Abituati come siamo alla velocità dell’auto, o del treno, o dell’aereo – mezzi che rendono gli spostamenti brevi e spesso anonimi – e dominati dall’ansia di lasciare un luogo per ritrovarci altrove nel minor tempo possibile, il camminare lungo la Via Francigena è davvero l’opportunità di accedere a un’altra dimensione. Un modo di andare incontro alla natura, agli altri, ma soprattutto a noi stessi. Per questo camminare è un’esperienza spirituale, che si sia, o meno, donne e uomini di fede. Avviene quasi un paradosso: più si rallenta, più velocemente l’anima si accorda e iniziamo ad accorgerci di tutto.

Nella miriade di riflessioni che la filosofia e la letteratura hanno elaborato circa l’esperienza del cammino, una sembra descrivere con particolare efficacia la condizione che vive il pellegrino. Proviene da uno straordinario diario di un viaggio, intitolato Camminando fra i boschi e l’acqua, in cui lo scrittore Nick Hunt annota:

“Le ventiquattr’ore si dilatavano nell’intero arco di una vita, e l’aria rarefatta, i sensi acutizzati, l’accumularsi dei dettagli e un caleidoscopio di cambiamenti di scena trasformavano la catena di eventi in una sorta di eternità. Quelle vertiginose solitudini mi toccavano nel profondo, e di minuto in minuto ero pronto ad andare avanti così per sempre. Senza contare che il semplice fatto di camminare è fonte di una felicità che aumenta nel tempo, un’esperienza intensa che reca con sé la consapevolezza sensoriale del terreno e crea assuefazione un chilometro dopo l’altro. Nelle rare occasioni in cui ho accettato un passaggio, oppure ho fatto ricorso ai mezzi pubblici, è stato come tradire me stesso, privandomi di qualche piccola ma significativa meraviglia che non avrei mai più avuto occasione di vedere.”