La storia di Ivrea è così lunga e densa di avvenimenti, tutti accaduti in uno spazio relativamente breve – poiché la città è cresciuta su se stessa sin dalla sua fondazione – che si trovano tracce di un passato sorprendente a pochi passi le une dalle altre. Non resta che scoprirle un po’ per volta e farsi cullare dalla curiosa miscela di silenzio e fragore che Ivrea restituisce a chi si mette in ascolto del tempo.
Con la Dora alle spalle, non distante da dove un tempo iniziava il romano Pons Maior, salendo in Via Siccardi in direzione di “Piazza di Città” si incontra, sulla destra, un bel palazzo in pietra e mattoni di origini duecentesche. È l’ex convento di San Francesco, oggi sede di molteplici attività e degli uffici del Commissariato di Polizia, che si segnala anche per un pregevole scalone interno.

E sulla sinistra, poco più avanti, si nota un palazzo in cui oggi ha sede un istituto scolastico: è Casa Stria. Appartenne a un’importante famiglia eporediese ed è una bella testimonianza dell’edilizia signorile medievale. L’edificio conserva elementi decorativi di particolare interesse: la facciata è infatti impreziosita da una cornice in cotto con motivi tipici del periodo, tra cui archi trilobati, motivi vegetali e intrecci a fune. Sono inoltre presenti due ampi arconi e una fascia marcapiano tra le più importanti in Canavese. Il valore di tali elementi fu riconosciuto anche in epoca successiva: nel 1884 Alfredo d’Andrade ne riprodusse i motivi nel Borgo Medievale del Valentino a Torino.
Ma quella che ci propone l’edificio è ancora una volta una storia: qui, infatti, il 2 maggio 1391 Amedeo VII di Savoia sottoscrisse, insieme ai nobili del Canavese e ai rappresentanti dei rivoltosi Tuchini, la Convenzione di Ivrea. L’accordo sancì la fine del cosiddetto Tuchinaggio: la rivolta popolare contadina scoppiata in un territorio governato senza equità e giustizia, vessato e provato da continua lotte tra i feudatari locali, e che aveva portato all’occupazione di terre e al saccheggio di diversi castelli. Di questa rivolta resiste una eco mai sopita nella memoria canavesana: basti ricordare il nome della squadra di aranceri che ogni Carnevale anima il Borghetto.